I lucani hanno lasciato orme che non spariscono, come Michele Parrella. Nel trentennale della sua scomparsa il ricordo di Paolo Albano

08-03-2026 19:22 -


MICHELE, TU, VITTORIO, ALDO E IO

DI PAOLO ALBANO

I LUCANI HANNO LASCIATO ORME CHE NON SPARISCONO, COME MICHELE PARRELLA


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Ci sono crocevia di sentimenti che incontri all’improvviso nei posti meno pensati.

Si incontrano e basta.

Quando accade la scelta è stata già fatta.

Quello è il tuo sentiero e bisogna andarci di corsa.

Prima, finita la guerra, negli anni della frenesia, c’erano caffè dove il meno era bere un drink, un cappuccino, rifocillarsi.

A certi tavoli c’erano artisti, scrittori, giornalisti che si trovavano lì ogni sera.

Progetti, giornali da fare, fermenti rivoluzionari, gloria da cercare, ironiche invidie da lanciare, sogni da realizzare tra battute fulminanti che sono entrate nelle citazioni da ripetere saccentemente a memoria, idee da far nascere e propagare.

Insomma non erano caffè letterari, erano di più: confessionali con tavoli di coccole per narcisi, su cui salire per pontificare, insultare, pettegolare, lanciare sfide, fare i guasconi e prodursi in millanterie che si producevano fino a classificare l’altro con definizioni affilate come coltellate.

In questo non c’era discussione: Il numero uno era Ennio Flaiano.

Il Rosati era uno dei più cercati. Specialmente d’estate. Come a Napoli il Gambrinus in ogni tempo. Libero de Libero, Carlo Levi, Mario Luzi, Sandro Penna, Cardarelli, chiuso, sia d’estate che d’inverno, nel solito paltò. E c’erano Pasolini, Elsa Morante, Moravia e poi gente del mondo del cinema e dello spettacolo.

Insomma nel secondo dopoguerra, Rosati è stato quello che, fino alla metà degli anni Quaranta per gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti, erano stati l’Aragno e il Caffè Greco.

Tutto il mondo letterario ed artistico ruotava intorno a questo Caffè di piazza del Popolo.

Col ponentino che girava attorno proteggendolo di frescura, la sera, fino agli inizi degli anni Settanta, dopo cena, venivano a bere e a fare facili scontri Bassani, Arbasino, Federico Fellini, Mazzacurati, Vincenzo Talarico, Flaiano, Monicelli… facendo la spola con l’altro caffè di fronte, il Canova.

In quel luogo dove nascevano innamoramenti e passioni virulente, Michele Parrella faceva la sua parte all’ora dell’aperitivo, di più alla sera.

È seduto lì, al posto in cui lo perdono i suoi amici quando lui vola via con una delle sue mitiche macchine decapottabili verso un amore pazzesco che deve ancora incontrare, affabulare e con il quale aggrovigliarsi per spendere (o sprecare?) il suo estro dedicato solo a lei.

Tornerà domani alla stessa ora. Non c’è bisogno di prendere un appuntamento.

Oggi sarebbe impossibile perché i caffè così, se pure sono rimasti, non hanno più tavoli con attorno artisti spruzzati da idee per cambiare il mondo. Tutto sparito.

Per essere sicuro, però, (non posso sprecare quattro giorni che servono per caricarmi di energia buona), ho chiamato Peppino, il fratello.

Tutti e due conosciuti a Potenza.

Peppino quando viene, abita a casa dei genitori di Rina, la moglie, sopra le scale ripidissime dietro Aldo il giornalaio.

Un passo e sei a Via Pretoria.

Michele compare subito dopo per stare con noi che lo inseguiamo al Gran Caffè aspettando Vittorio.

Stasera saremo tutti in qualche casa ad ascoltare la sua chitarra e i racconti di Michele che svaniscono con un altro racconto, un altro racconto ancora.

Estate.

Il suo racconto di due parole, di qualche verso scanzonato, ha bisogno della tavola imbandita con amici con cui dialogare, correre con la fantasia, scacciare la malinconia, sognare.

La sua poesia si dimena al pensiero del suono sordo, ritmato e monotono del "cupo cupo", strumento di gioia e di tristezza che raccoglie intorno a sé tutte le persone del paese, in tutti momenti della loro vita.

Lui si commuove al suono della chitarra di Vittorio che insegue dovunque sia.

Cappello a falde larghe, bianco, una sciarpa colorata che scende e svolazza seguendo quel venticello strano che solo a Roma si diverte così, vestito bianco, sigaro.

Parla, la voce piana, con una donna che lo guarda affascinata, aperitivo colazione, qualcuno o qualcuna glielo offre sempre.

La conquisterà certamente.

Mi metto in un angolo per non disturbare, aspetto che gli occhi si distraggano.

Capisco di un appuntamento preso. Non bisogna mai disturbare quando un uomo e una donna si guardano così. Finalmente lo saluto.

Mi presenta. Lei se ne sta andando.

Quella sera, si fa subito sera con le chiacchiere sui portici e sulla piazza conosciuta, siamo andati in una Jaguar bianca scoperta, a trovare Peppino in vacanza a Fregene.

Una corsa per andare, stare un po’, mangiare e tornare più di corsa a Roma per incominciare un’altra notte da sconfiggere.

Un camion messo di traverso ci ha lasciato appena lo spazio per passare in velocità pazzesca. Non abbiamo più detto una parola e, senza telefonini, abbiamo saputo che Vittorio è in Via di Ripetta in un piccolo locale caldissimo, tutto legno.

Siamo arrivati al mattino al suono della Bossa nova e della musica partita da un motivo fischiato da me che ho preso coraggio.

Michele è cantastorie e rapsodo, scanzonato e fintamente allegro oltre il naturale e oltre misura, dandy e bohemien, giramondo.

Ma apolide no, come qualcuno dice, perché lui, d’un tratto, scompare per andare a Laurenzana a riprendersi quel che è e a scalciare i pensieri affaticati della Lucania persa.

Uno che ha scritto: “Per noi la Patria ha più vasti confini perché sappiamo cos'è una siepe” non può essere un apolide. In realtà non sa dove fermarsi ed è invaso di malinconia.

I suoi versi sono così ma poi sono motti, canti, cantilene, filastrocche che ha orecchiato da ragazzo, nel suo paese, litanie capricciose e infedeli come la sua accesa passione per le donne.

Le donne, alcune famosissime, per le quali parte sempre veloce volando come un aereo, ma allacciato ad un aquilone.

La sera dopo, sempre con lui, siamo andati al Folkstudio.

Chi non conosce questo mitico locale, una cantina umida nel cuore di Trastevere dove ho incontrato Renzo Arbore, sentito suonare i Flippers. Al clarinetto c’è Lucio Dalla (come mi manchi).

Qualcuno ha fischiato “Le foglie morte” e loro sono partiti in una melodia struggente che mi ha letteralmente avvolto e fatto piangere senza vergogna.

Mi sono accorto di De Gregori, Venditti, Bassignano mentre Vittorio trascinato con forza si fa catturare, finalmente, dal palco, una semplice pedana alta pochi centimetri.

È il racconto mischiato a musica senza aggettivi con la notte che perde la sua battaglia con la luce che rischiara il tempo lento delle risate, dei silenzi, delle battute di fulmine.

E della commozione. La commozione ti mette in moto con sentimenti che si moltiplicano e ti spingono con una forza che allarga tutti i tuoi sensi.

Non ha decoro e tutto ti strugge.

Caro Michele, vorrei che tu, Vittorio e Aldo foste ancora qui.

Con voi, mi siete presenti come siete, “ce la farò ad attraversare il confine” della insolvenza degli affetti.

Mi bastano “la mappa del vicinato, due boccali, un cicino, un piatto…”. E sono carico di doni.

Quando gli amici sono più grandi, più di vent’anni, c’è una presenza dolce e strafottente, un incedere di passi stupiti che fanno saltelli per aria, e il vestito è inzuppato di profumi che hanno ritmo.

Non solo si sentono, si toccano e fanno rumore come i colori.

Anche. Sono insieme triste e felice mentre la musica mi tiene attorcigliato e il racconto della specialità di tre persone fondamentali mi esce dalle dita senza pensarci.

Non è facile descrivere questo stato d’animo.

In realtà tristezza e felicità fanno un passo oltre la malinconia. E sto bene.

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Paolo Albano, irrinunciabile provocatore di cambiamento nella pubblica amministrazione dove lavora sui sistemi organizzativi e sulla valutazione. Ha insegnato comunicazione pubblica, tra la altre, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.

Ha scritto: Parola per parola, dizionario dei vocaboli della burocrazia, Edizione Regione Basilicata 2002, La valutazione della dirigenza nella Pubblica Amministrazione, Franco Angeli 2003, Appunti di comunicazione pubblica, Rubbettino 2004, Luoghi forzieri fantasmi – la classe dirigente e lo sviluppo improbabile Guida editore 2008, I pesci non sanno l’acqua – Calice editore 2013.

Ha curato: Basilicata, i luoghi della narrazione edizione Regione Basilicata in occasione del 150° dell’Unità d’Italia 2011, e quattro libri sulla città di Potenza.